Perennemente alla ricerca: l’iconografo Zinon

Uno dei più noti iconografi del nostro tempo, l’archimandrita Zinon (Teodor), è un «artista perennemente alla ricerca, che per tutta la vita ha continuato a fare nuove scoperte». Così ha iniziato il suo racconto dell’iter creativo di padre Zinon Irina Jazykova, la più nota specialista di iconografia contemporanea, nella lezione tenuta il 13 gennaio scorso nella chiesa di San Sergio, costruita a Semchoz sul luogo dell’uccisione di padre Aleksandr Men’ (1935-1990), e affrescata dallo stesso padre Zinon.
La studiosa, che ha definito questa chiesa «una delle perle dell’architettura sacra contemporanea», ha iniziato il suo racconto fornendo una breve scheda biografica di Zinon, ricordando che il futuro iconografo è nato in una cittadina ucraina e si è formato nell’Istituto d’arte di Odessa. Rifiutata in blocco l’arte sovietica, nel 1976 è entrato nel monastero delle Grotte di Pskov, dove ha cominciato a dipingere icone e, al termine del noviziato, ha preso i voti monastici e gli ordini sacri. Ha lavorato come iconografo alle Grotte, alla lavra della Trinità di San Sergio, nel monastero di San Daniil a Mosca, che in quegli anni veniva riaperto, e così via.

L’iconostasi della chiesa di Santo Stefano.

Particolare attenzione merita l’iconostasi della chiesa di Santo Stefano, nel monastero di Mirož a Pskov, che la studiosa considera l’«antesignano della chiesa di San Sergio a Semchoz»: in questo monastero padre Zinon ha gettato le basi di una Scuola iconografica, in cui venivano allievi non solo dalla Russia ma anche da altri paesi – tra cui gruppi di iconografi della Scuola di Seriate.
A quell’epoca tutti erano attratti dalle iconostasi con strutture portanti in legno, possibilmente intagliato e dorato – ha continuato la studiosa. Invece padre Zinon ha realizzato l’iconostasi in pietra locale, cosa che al momento è stata recepita come un’innovazione, una stranezza. In realtà quest’opera è il risultato di un approfondimento da parte dell’autore della tradizione paleocristiana, come ci ricorda l’effigie di Cristo giovinetto che calpesta il leone e il serpente: anche nei mosaici di Ravenna del VI secolo si può vedere questa raffigurazione di Cristo Vittorioso, e le fiere sono un riferimento alla profezia di Isaia. «Padre Zinon è sempre un passo avanti, e per questo viene perennemente criticato», ha commentato la Jazykova, ricordando però che per quest’opera e per la Scuola iconografica di Mirož padre Zinon è stato insignito nel 1994 del Premio di Stato.
Nel 1996, in seguito a varie vicissitudini, padre Zinon si è trasferito nel villaggio di Gverston’ (sul confine fra la provincia di Pskov e l’Estonia), dove insieme alla sua piccola comunità ha progettato e costruito una cappella. Anche questo edificio non ha lasciato indifferenti i critici: molti gli hanno rimproverato l’assenza della tradizionale cupola a bulbo. In realtà, questa chiesa è costruita con materiale locale ma secondo motivi dell’architettura preromanica, con un tetto a due spioventi, una bassa balaustra che delimita il presbiterio, e due sole icone ai lati, dipinte con l’antica tecnica dell’encausto (padre Zinon è stato tra i primi a ritornare a questa tecnica). La fattura della pietra grezza, l’ascetismo degli arredi sacri della chiesa esprime lo spirito della comunità monastica che è vissuta per alcuni anni a Gverston’.
La pietra di Pskov è stata impiegata una terza volta per l’interno della chiesa di San Sergio di Radonež, costruita in memoria di padre Aleksandr Men’. Come lo stesso Zinon ha detto a Irina, è molto dispiaciuto di aver vissuto per anni nella Lavra della Trinità di San Sergio, vicinissimo a padre Aleksandr, senza mai aver fatto conoscenza con lui perché non ne aveva compreso la statura umana e spirituale. Solo dopo la sua morte padre Zinon l’ha scoperto, leggendo i suoi libri e incontrando suoi figli spirituali, e quindi ha ritenuto proprio dovere decorare l’interno del tempio sorto sul suo sangue.

La chiesa di San Sergio.

In quest’opera Zinon ha messo a frutto le scoperte fatte in precedenza: la pietra grigia per l’iconostasi viene da Pskov, e le sei icone inserite in altrettante edicole sono assimilabili a «finestre aperte su un altro mondo». Il «Cristo Cosmocratore», assiso sulla sfera celeste, è un’invenzione dell’iconografo? No, è un’antica iconografia bizantina, che si incontra solo raramente nell’iconografia russa antica. La splendida, austera figura della Madre di Dio con Bambino, non appesantita da alcun elemento decorativo, è situata a sinistra delle basse Porte regali, eseguite nella tecnica della doratura a fuoco su metallo. Padre Zinon, in quanto monaco – ritiene Irina Jazykova – ha una mano particolarmente felice nel dipingere le figure dei santi monaci: ai lati esterni dell’iconostasi vediamo Efrem il Siro e Giovanni Damasceno. All’interno di clipei vi sono gli arcangeli, e la costruzione in pietra è coronata da una Deesis a busto di nove figure, delimitata alla base da una stretta cintura di pietra bianca scolpita. «Affreschi e iconostasi contemporanee spesso sono distraenti, qui invece tutto è funzionale alla liturgia e alla contemplazione», ha commentato la relatrice.

Pantocratore, nel catino absidale della cattedrale ortodossa di San Nicola, a Vienna.

L’archimandrita Zinon non lavora mai «in serie»: percepisce l’unicità di ogni chiesa ed elabora progetti particolari, in cui l’architettura si integri organicamente con la decorazione dell’interno e la pittura. Un esempio eloquente – addotto dalla Jazykova – sono gli affreschi della cattedrale di San Nicola a Vienna, dove l’artista è stato chiamato dall’Ordinario del tempo, il vescovo Ilarion (Alfeev). Il minimalismo tanto amato da padre Zinon sarebbe stato inadeguato in questa chiesa tanto solenne, sede di una cattedra episcopale; di conseguenza, l’iconografo ha scelto modelli bizantini classici. Nello stesso raffinato stile, qualche tempo dopo ha dipinto gli affreschi del monastero di Simon Pietro sull’Athos.

Chiesa inferiore, parrocchia della Madre di Dio di Teodoro, San Pietroburgo.

Una soluzione totalmente diversa è stata trovata per la chiesa inferiore della parrocchia della Madre di Dio di Teodoro a San Pietroburgo, costruita per il 300° anniversario della dinastia Romanov. Qui padre Zinon ha progettato interamente l’interno, dalle pitture alle suppelletili, ai vasi sacri e addirittura ai paramenti sacerdotali, simili a quelli greci, per meglio rispondere allo spirito di questa chiesa. Sono molti gli elementi che potrebbero essere interpretati come innovazioni da chi non conosce bene la storia dell’arte sacra: ad esempio, la bassa balaustra che delimita il presbiterio, il ciborio sopra l’altare, che in realtà si rifanno alla tradizione cristiana più antica. Le celebrazioni in questa chiesa coinvolgono maggiormente i fedeli e aiutano anche i sacerdoti «a percepire la propria responsabilità nei confronti del popolo di Dio», come hanno ammesso alcuni di loro. Nella cappella del fonte battesimale padre Zinon ha dipinto un Crocifisso rivestito del colobio, secondo modelli che risalgono all’epooca precedente l’iconoclastia.
La crocifissione con Cristo rivestito di questa tunica è l’immagine centrale nel presbiterio della cappella della Decollazione di san Giovanni Battista a Semchoz, costruita proprio sul luogo in cui, sul sentiero che conduceva alla stazione, padre Aleksandr Men’ fu colpito da un colpo di scure per mano di assassini rimasti ignoti. Questo edificio fa parte del complesso memoriale di cui abbiamo già ricordato la chiesa di San Sergio, ma è stato decorato da padre Zinon in uno stile completamente diverso. Siamo nuovamente in presenza di uno stile che non assomiglia per niente a quello che si considera generalmente tradizionale per le chiese ortodosse, perché qui Zinon ritorna alle falde più antiche della tradizione, all’epoca in cui l’arte cristiana era alla ricerca di un nuovo linguaggio, fecondando il terreno della cultura antica con lo spirito del Vangelo – come ha osservato ancora la Jazykova. Per questo lo stile degli affreschi della divisoria d’altare ricorda le pitture pompeiane; l’Agnello raffigurato in alto ricorda i mosaici delle antiche chiese romane; il giovane Mosè, Aronne con la verga fiorita, Isaia con il rotolo sono ammantati di toghe classiche… Uno spettacolo insolito, forse, ma che rimanda continuamente alla speranza insita nella Resurrezione.
Questa è una delle ultime opere di rilievo dell’archimandrita Zinon, la cui concezione è stata definita in questa sede da Irina Jazykova come «profetica». Molte delle sue scoperte vengono inizialmente criticate, ma in realtà con il passar del tempo vengono comprese e assunte da numerosi iconografi, fanno scuola e aprono le menti.

Julija Zajceva

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